Pari Opportunità nel lavoro
di Raffaella Monte
Ho cercato, di recente, l’etimologia della parola Opportunità, essa recita
esattamente: parola composta derivante dal latino OB che vuol dire verso e
PORTU’NUM che è il vento che spinge la nave verso il porto. Bello ancora più
bello della parola che comunemente usiamo. Dovrebbero tutti poter andare verso
quel vento e portare finalmente la nave della propria vita in porto. Eppure
l’art. 3 della Costituzione mette tutti uguali davanti alla legge e tra l’altro
la lex 125 del 10/4/1991 è volta a promuovere azioni per le pari opportunità di
lavoro e di carriera fra uomo e donna.
A tal proposito l’ISTAT ci offre un elemento di riflessione; è il data di
“trend” che ci rileva che il contributo dell’occupazione femminile negli ultimi
dieci anni è stato dell’80%, è un dato migliorativo ma non soddisfacente.
Infatti il tasso di attività femminile rimane comunque più basso di quello
maschile e il gap è peraltro maggiore per le fasce di età superiori ai 35 anni
a mano a mano che ci si sposta al SUD.
E’ da rimarcare che l’incremento dell’occupazione è stato determinato
significativamente dall’aumento del lavoro temporaneo e del lavoro part-time,
che sono cresciuti entrambi del 26%, mentre il lavoro standard è cresciuto solo
dell’1%.
A fronte di una minore partecipazione al mercato del lavoro, le donne vantano
un livello di formazione più elevato. secondo l’indagine multiscopo dell’ISTAT,
le donne si laureano in maggior numero e con migliori risultati degli uomini.
In Italia si potrebbero aprire nuove vie per lo sviluppo dell’occupazione
femminile, ma le donne si trovano ancora in situazioni di segregazione
occupazionale sia orizzontale che verticale.
Nonostante un più alto tasso di scolarizzazione femminile rispetto agli uomini
e una pari formazione professionale, è ancora scarsa per le donne la
possibilità di fare carriera e raggiungere livelli salariali perlomeno
paritari.
Fenomeni di discriminazione professionale sono presenti, anche se in
percentuali e modalità differenziate, in pressochè tutti i settori.
E’ soprattutto nel terziario privato che si raggiungono i livelli maggiori di
discriminazione.
La probabilità statistica per una donna di conquistare le posizioni più alte è
fino a sette volte inferiore a quella di un uomo con gli stessi requisiti
professionali.
Come già detto lo sviluppo dell’occupazione, va attribuito soprattutto al
lavoro flessibile e atipico, e le buone opportunità di lavoro per le donne
sembrano essere date dal part-time, che le riguarda per l’80% dei casi.
Ma il part-time rappresenta anche uno dei limiti alla crescita professionale
poichè comporta l’indisponibilità a ritmi e tempi di lavoro generalmente
richiesti all’interno di un avanzamento professionale.
La flessibilità quindi consente alle donne di partecipare al mercato del
lavoro ma non le sostiene nello sviluppo professionale e di carriera.
Per le donne del NORD, il tempo di lavoro ridotto sta diventando un’occasione
per conciliare in modo più funzionale esigenze professionali e familiari,
mentre, purtroppo, per le donne del SUD rischia di configurarsi come una
copertura per occupazioni sottopagate, con scarsa protezione sociale, nessuna
prospettiva di carriera e alti tassi di turnover.
Per quanto attiene l’ambito lavorativo dell’istruzione, anche se continua ad
essere principalmente appannaggio delle donne, le stesse difficilmente
riescono, però, a farvi carriera.
Il mondo accademico continua ad essere un appannaggio maschile.
Le indagini condotte in passato sulla retribuzione di uomini e donne
evidenziavano uno scarto significativo (circa il 20%) a discapito delle donne.
Questa percentuale non sembra diminuire, ma al contrario rimane tale malgrado
la presenza di pari condizioni di base, e quindi indipendemente dalla
formazione di base, professionale e dalla posizione occupata o dalle mansioni
svolte.
Un’analisi svolta sul differente reddito da lavoro tra uomini e donne mette in
luce il legame tra le disparità di reddito.
Disparità tuttora presenti ed inoltre aumentate in seguito alla nuova
organizzazione del mercato, come già detto con l’aumento dei contratti atipici
e la diffusione del part-time, strumenti utili per l’accesso al mercato del
lavoro per le donne, ma pericolosi per i rischi che implicano in relazione alla
precarizzazione del lavoro. In questi tempi difficili ci stiamo accorgendo di
cosa significhi la precarietà lavorativa.
Oltre alla concentrazione delle donne nei settori con livelli medi di reddito
relativamente più bassi, è da menzionare la collocazione delle stesse nella
scala retributiva interna ai settori stessi e la minore presenza in generale
nelle aziende medio grandi, dove i salari sono più tutelati dall’azione
sindacale. Anche nel lavoro atipico si riscontrano frequentemente condizioni di disparità retributiva. Insomma le donne guadagnano circa la metà degli uomini eppure sono assoggettate ad un maggiore stress fisico e morale dovendo conciliare le
attività lavorative con quelle familiari. Il livello di istruzione ha in qualche modo influito nell’accrescimento del reddito delle donne, ma spesso le chance che ne derivano non vengono pienamente sfruttate. La possibilità della presenza femminile sul mercato del lavoro è quindi maggiore nelle aree che presentano migliori condizioni culturali e materiali, al SUD è molto scarsa. Le donne del Centro Nord con livelli alti di scolarizzazione, tanto più se nubili, hanno buone probabilità di impiegarsi in posizioni stabili e soddisfacenti, contrariamente alle giovani donne del Sud, istruite o no, i cui
tassi di disoccupazione evidenziano una permanente esclusione.
E’ per questo che proprio dal SUD deve venire il maggiore sforzo per
l’emancipazione lavorativa femminile, e le donne impegnate in politica possono
fare molto, catturando l’attenzione dei vertici su queste disparità
promuovendo iniziative atte a suscitarne l’interesse e che facciano capire che
la figura femminile nella società è indispensabile come quella degli uomini.








